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CODICE:  pi273
TITOLO:  Compendio di Psicologia
AUTORI:  A. Imbasciati, M. Margiotta

 

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Volume di 512 pagine
Anno di pubblicazione: 2005
ISBN: 88-299-1733-8
Editore: PICCIN
Prezzo:
Euro 35,00
- 15%
Euro 29,75

Quantità  

PRESENTAZIONE

Nel 1988 diventò esecutiva la riforma della Tab. XVIII, cioè dell’ordinamento degli studi della laurea in Medicina e Chirurgia. Fu l’inizio di un grosso mutamento, per quanto riguarda le scienze psicologiche in ambito medico, e dipoi sanitario, e rivoluzionario per quanto concerne la formazione dei medici, e progressivamente di tutti gli altri operatori della sanità. La riforma implicava il riconoscimento della necessità che i medici acquisissero specifiche competenze interpersonali, ovvero una formazione psicologica: la sua applicazione comportava un mutamento di notevole entità nell’ordinamento dei loro studi e della loro formazione, che si è esteso progressivamente dai medici a tutti gli altri operatori sanitari. Come tutti i cambiamenti, l’applicazione effettiva e efficace della riforma ha incontrato resistenze e difficoltà (Imbasciati, 1993), a tutt’oggi non ancora del tutto superate, tuttavia essa ha segnato, con tutti i successivi corrispondenti cambiamenti per gli altri operatori, il punto di arrivo di un precedente e poliedrico mutamento culturale, sociale e scientifico, che si è lentamente verificato nel campo della medicina e più in generale della sanità.
Molteplici fattori hanno concorso a generare questo mutamento. La medicina si è sviluppata suddividendosi in tante specializzazioni, che hanno parcellizzato la figura del medico onnicompetente (“il dottore”), e di conseguenza anche il paziente come persona: oggetto medico sono diventati i vari apparati del corpo umano, ognuno secondo una certa specializzazione, anziché l’organismo in toto e pertanto la persona; il progresso tecnico ha corroborato l’attenzione dell’operatore su singole parti del corpo o su uno specifico metodo di intervenirvi. Parallelamente si è sviluppata in senso sociale l’assistenza medica: questo però ha portato una inevitabile burocratizzazione dell’apparato assistenziale. L’uno e l’altro fattore hanno concorso a rendere il paziente sempre più anonimo, un insieme di oggetti inanimati sui quali intervenire con differenti tecniche, o una “pratica”: il paziente come persona è diventato un “caso”, un numero.
Questi inconvenienti sono stati avvertiti, denunciati, lamentati: ciò ha generato un movimento di opinione per un recupero della totalità del paziente e quindi della sua persona. La psicosomatica andava d’altra parte dimostrando quanto quest’ultima, nelle sue relazioni con i curanti, fosse rilevante nel determinismo biologico. Per contro le scienze psicologiche, negli anni ’50 e successivi, sono uscite dai laboratori, in un loro differenziato sviluppo applicativo, nel campo del lavoro, della scuola, e dell’intervento diretto sulle persone, onde migliorarne l’equilibrio e l’adattamento. È nata la Psicologia Clinica, come disciplina specifica per un intervento di recupero delle “persone”: sia dei pazienti, sia degli operatori, in quanto essi stessi persone umane che intervengono per l’aiuto ad altre persone.
Tutti questi poliedrici fattori hanno maturato la riforma degli ordinamenti medici, e poi sanitari, nel senso di introdurre la necessità di una formazione degli operatori per il recupero del paziente come persona. Si è parlato di umanizzazione della medicina: evidentemente si avvertiva che stava diventando disumana. Il termine umanizzazione si è prestato (e si presta) a qualche equivoco, nel senso di intenderla in senso poco scientifico, come in questo testo viene in dettaglio discusso, tuttavia l’introduzione di precise scienze psicologiche nei percorsi formativi ufficiali della sanità ha la possibilità di correggere tali misconoscimenti. Sul senso preciso di tali “scienze” si riscontra, anche qui, qualche equivoco, per lo più traducentesi in dubbi popolari, sulla loro scientificità, talora usati politicamente per mantenere lo statu quo. Un problema, qui a mio avviso non abbastanza rilevato, consiste nel fatto che gli aspetti più appariscentemente scientifici delle discipline psicologiche si presentano più ricorrentemente in laboratorio, anziché sul campo, cioè sulle persone: questa apparenza è in relazione con uno stereotipo popolare di scienza che, come tale, viene più facilmente riconosciuta nella psicologia sperimentale che in quella clinica. La definizione della Psicologia Clinica, e il suo statuto scientifico, sono stati laboriosi (cfr. capp. 1, 2, 4). Ma l’aspetto che in questa sede mi preme rilevare è che la Psicologia Clinica tout court, attende ancora di essere differenziata per le sue differenti applicazioni sanitarie. E così pure le altre scienze psicologiche, così come definite storicamente, non possono essere trasposte pari pari in campo sanitario. Occorre un loro sviluppo differenziato. Occorre pertanto una ricerca sul campo, di contenuti e di metodologia, e una ricerca della didattica relativa.
Tale differenziazione si rende ancor più necessaria in quanto lo sviluppo scientifico, organizzativo e sociale dell’assistenza medico-sanitaria ha reso indispensabile la creazione di figure professionali con competenze differenziate rispetto a quelle del medico, e relativamente indipendenti. Questi operatori non possono più essere concepiti come generici aiutanti del “dottore”, “paramedici”, come ancor oggi si usa dire con termine divenuto del tutto improprio, bensì come professionisti, nel cui curriculum formativo devono essere incluse competenze psicologiche, che però devono essere specifiche per ogni diverso tipo di operatore. Sociologia, economia, management, organizzazione si mescolano inoltre agli apporti psicologici, qualora si tratti dell’assistenza sanitaria, in un non semplice intreccio, qualora si voglia salvaguardare “la persona”.
Prima dei suaccennati mutamenti la medicina, concentrata sulla figura del medico, era rimasta per parecchie decadi del tutto staccata da una contemporanea evoluzione delle scienze psicologiche, che avveniva invece in altri ambiti, cioè negli Istituti di Psicologia delle Facoltà umanistiche (Imbasciati 1991a, b, 1993). Questa divaricazione, dalle molteplici radici storiche soprattutto italiane, aveva fatto sì che in ambito sanitario (meglio, per allora, è dire “medico”) rimanesse, ferma, una cultura psicologica quanto mai obsolescente. Ciò è stato consacrato dal fatto che fino al 1988 l’insegnamento psicologico nella formazione del medico era rimasto simbolico, anzi fittizio e progressivamente mistificatorio: fino a tal data vi fu infatti il cosiddetto “esame complementare”, di un’unica e generica “Psicologia”, che serviva, visto l’orientamento di allora, a prendere un bel voto senza aver studiato pressoché niente. Quanto in tal sede veniva formalmente indicato (direi solo consigliato) per studiare, era, impartito da docenti che psicologi non erano, limitato a poche nozioni, che potevano risalire agli Anni Venti o poco più dello sviluppo delle scienze psicologiche; condite semmai da studi posteriori di fisiologia neurosensoriale. Di conseguenza, generazioni di medici si sono affacciati alla ribalta, anche dirigenziale, della Sanità, non solo senza conoscere quanto in quelle decadi le scienze psicologiche avevano sviluppato (oltretutto differenziandosi dalla matrice originaria comune), ma con l’illusione, visto che avevano fatto un “certo esame”, di conoscere la “Psicologia”. In realtà quel che avevano, per così dire, conosciuto, era una visione superficiale, riduttivistica, obsoleta e talora impropria di questo ambito scientifico: di conseguenza la cultura psicologica in ambito medico diventò progressivamente mistificatoria (Imbasciati, 1984, 1990, 1991a, b, 1993, 1995a, b).
E a lungo nocque, alla Medicina stessa, immobilizzandola in una pseudocultura obsoleta, che la privava di competenze indispensabili e rese più cogenti dai mutamenti socioassistenziali. Finalmente avvenne la prima virata: la summenzionata riforma degli studi medici (1988) e le successive svolte fino ai giorni nostri. La prima, abolendo tutti gli esami complementari, istituiva nel percorso formativo del medico tre insegnamenti diversi e successivi, obbligatori: una “Psicologia Generale”, una “Psicologia Medica” e una “Psicologia Clinica”. Successivi aggiustamenti di questa riforma hanno permesso alle singole Facoltà di regolare al meglio differenti gradi di formazione psicologica per il medico. Parallelamente avveniva la differenziazione e la qualificazione di competenze di altri operatori, infermieri in primis. Vennero i primi “Diplomi Universitari” per qualificare questi operatori, ed infine le lauree brevi, che oggi contemplano oltre venti lauree diverse, per le diverse applicazioni operative all’area assistenziale. Tutte queste figure professionali hanno richiesto (ed hanno avuto sancito negli statuti) una formazione in determinate scienze psicologiche.
Ma quali? E impartite da chi? Questi due interrogativi, rivelatisi enormi, fanno sì che, a tutt’oggi, l’effettiva formazione che di fatto le attuali risorse universitarie consentono, non produca ciò che sulla carta è stato pensato e sancito. Le scienze psicologiche idonee all’area assistenziale-sanitaria devono ancora costituirsi con fisionomie precise, e differenziate da quelle discipline che nel frattempo hanno trovato la loro identità, nell’originaria partenza dagli istituti di psicologia sperimentale di facoltà umanistiche e poi a tutt’oggi nello specifico ambito delle Facoltà di Psicologia. Parallelamente, ma soprattutto, devono costituirsi docenti effettivamente competenti di tali costituende discipline. Qui la penuria delle risorse economiche a disposizione dell’università in questi ultimi anni, nonché la cultura psicologica obsoleta e mistificatoria che abbiamo menzionato, hanno sinergicamente giocato un ruolo molto pesante, nel senso di imporre di coprire, comunque sulla carta, la miriade di insegnamenti psicologici, che si erano dovuti istituire: si sono reclutati comunque docenti, a basso prezzo, precari, supplenti, talora impropri, col risultato purtroppo di un vero sottoprodotto di docenza. Soltanto poche facoltà sono sfuggite a questo destino, e già può essere considerato un discreto risultato se in alcune si è riusciti a ottenere una docenza frettolosa, anziché squalificata: frettolosa in quanto si è riusciti a mobilitare docenti qualificati, già in ruolo, ma sovraccaricandoli di tre, quattro, cinque e più corsi diversi, sicché essi sono stati “svolti”, ma per lo più “accorpati”, cioè senza tener conto che la medesima dizione disciplinare deve sortire programmi diversi a seconda delle differenti lauree. Conseguenza generale inevitabile è stata una pesante difficoltà a sviluppare una ricerca della didattica, necessaria per la definizione di scienze psicologiche idonee ad essere applicate all’area sociosanitaria e diverse tra di loro a seconda della laurea specifica.
Da quali “psicologie” già costituite si è dunque attinto, o si può attingere, per costituire le nuove scienze psicologiche sanitarie? Di fatto si è attinto dalla “Psicologia Generale” e dalla Psicologia Clinica: da quest’ultima radice, trasposta nell’ambito della vecchia cultura medica, sono derivati enormi equivoci, sul concetto di “clinico”, su cosa sia una psicologia che si possa o debba chiamare medica, e via dicendo. Equivoci che nel presente testo sono stati in dettaglio illustrati.
Ma anche nell’attingere alla Psicologia Generale si sono verificati e sono tuttora in atto equivoci e malaggiustamenti. Si è equivocata la Psicologia Generale come “psicologia in generale”, con il sottinteso stereotipo popolare di una psicologia fatta di consigli, prescrizioni comportamentali e ragionamenti del senso comune. Questo soprattutto con il concorso della cultura medica, come suddescritta, dei vertici organizzativi delle Facoltà mediche. Di conseguenza non si è curata poi più di tanto la selezione di docenti competenti. Questa, d’altra parte, subiva (e subisce) le grosse remore economiche che sono state indicate. Ma anche laddove ci si è potuto permettere di porre il problema in termini fattivi e scientifici, si presenta l’interrogativo di cosa proporre, per gli operatori sanitari, dell’ampio spettro contemplato dalla Psicologia Generale. Forse il metodo? Esso in effetti fa parte essenziale dell’insegnamento di base affidato a questa denominazione disciplinare, ma quanto la parte metodologica, con la sua complessità, può essere aggiunta al carico degli studi che già gli operatori sanitari sostengono? Inoltre tale base scaturisce, nella Psicologia Generale, dalla ricerca che viene (o è stata) condotta su specifiche aree, per esempio la percezione, l’apprendimento, il linguaggio, o da specifiche scuole, per esempio la Gestalt, il behaviorismo, o le varie scuole cognitivo-comportamentali. Quanto di questo può essere offerto, anziché “propinato”, per un’utile formazione degli operatori sociosanitari?
Insomma, a mio avviso deve essere definita una psicologia generale, scientifica, che sia specificamente indicata per la formazione degli operatori sanitari, o forse più psicologie generali, per i diversi operatori. Alla dizione Psicologia Generale si potrebbe aggiungere l’aggettivazione “sanitaria”, ma ciò potrebbe alimentare gli stereotipi tuttora imperanti che tale psicologia sia costituibile in modo puramente applicativo, come insieme di prescrizioni comportamentali per gli operatori, senza che a questi vengano fornite, sia le basi metodologiche (la cui conoscenza è indispensabile per evitare che le “ricette” vengano applicate secondo le distorsioni personali di ogni singolo operatore), sia un percorso strutturante, per una specifica e scientifica mentalità psicologica dell’operatore. Una effettiva “formazione”, e non semplici nozioni.
È questa una difficoltà rilevabile anche per la formazione degli stessi psicologi. A maggior ragione per gli operatori socio-sanitari, soprattutto delle lauree triennali. Occorre evitare una preparazione “tecnica”, che, senza le basi strutturali di una ben formata mentalità scientifica, viene inevitabilmente distorta, proprio nei risultati di quella applicatività che si intendeva privilegiare. Incorrono qui due grossi inconvenienti. Il primo è costituito dal fatto che alle lauree brevi accedono in larghissima misura gli studenti provenienti da quelle scuole secondarie (per es. Istituti Professionali) che più di altre (licei) hanno lasciato imponenti lacune (nel buonismo attuale si chiamano “debiti formativi”), oppure gli studenti più scadenti, che han ritenuto di iscriversi a lauree meno impegnative. Come è possibile dare a questi soggetti una base formativa che eviti che l’impronta tecnica delle loro lauree si traduca in una mistificazione del sapere psicologico?
L’altro inconveniente, non infrequentemente rilevabile, è costituito dal fatto che alcune strutture di personalità sono una controindicazione a fare l’operatore sociosanitario; alcuni soggetti sono strutturalmente incapaci di svolgere “professioni d’aiuto”. Ma di fatto persone di questo tipo si iscrivono ai corsi di laurea che abilitano a tali professioni. Si presentano allora due vie di rimedio, però non facilmente realizzabili. L’una è costituita dal “bocciare”, decisamente, questi soggetti. Ma è possibile, oggi nella nostra università italiana, bocciare? Ed ancor più è possibile, oggi nell’attuale struttura didattica, individuare tali soggetti? L’altra via è quella di introdurre percorsi formativi che incidano sulle strutture profonde di personalità. Di questo si parla diffusamente lungo il presente testo. Ma simili percorsi, personalizzati, sono tuttora difficili da realizzare, sia per i costi, sia per le resistenze delle Organizzazioni universitarie.

* * * *

Nel quadro suddescritto mi nacque l’idea, tra il ’98 e il ’99, di cimentarmi nell’impresa, da cui scaturisce questo libro, di costituire una psicologia sanitaria, differenziando le discipline psicologiche ufficialmente già costituite. Impresa rivelatasi progressivamente più ardua di quanto prevedevo. Di conseguenza penso che il risultato sia parziale, ma spero esemplare, nel tracciare una via che altri potranno sviluppare, sia nel senso di una ricerca della didattica, sia, soprattutto, nel promuovere percorsi formativi diversi da quelli tradizionalmente applicati nelle università italiane.
Il presente testo mi è nato dal trovarmi ad essere responsabile del reclutamento docenti, per le aree psicologiche, degli istituendi Diplomi Universitari, poi assorbiti dalle “Lauree Brevi”. Nei docenti che avevo selezionato (curriculum e colloquio) avevo avvertito un notevole entusiasmo, sia nei pochissimi già in posizioni (se non ruoli) universitari, che si sentivano attratti da queste nuove prospettive, sia nel più grande numero di docenti che da posizioni libero-professionali, o dai Servizi, si sentivano onorevolmente impegnati, sia pur in modo precario (che però si sperava provvisorio), in una impresa universitaria. In riunioni di gruppo per il coordinamento didattico, emerse subito il problema di come “comporre” un programma di insegnamento: quali contenuti, quale tipo di didattica, quali testi da indicare. Quest’ultimo problema, che di solito in sede universitaria è il meno difficile, si presentava, anch’esso, tutt’altro che facile. I pochi testi italiani sul mercato erano solo dei “bigini”, che riassumevano succintamente pochi elementi dei più tradizionali manuali Psicologa Generale, o di Psicologia Evolutiva e di Psicologia Dinamica, con frammiste nozioni mediche e biologiche. Ci voleva altro. Né i testi di altri paesi potevano addirsi alla situazione italiana. “Facciamo dispense”, si disse: e così si fece per un paio d’anni, raccogliendo delle sorta di antologie di articoli vari. Disomogenei, risultarono, ed inoltre gli stessi docenti avevano bisogno di documentarsi meglio. Nacque così l’idea di un lavoro più impegnativo, da fare in gruppo e a gruppi, documentandosi a fondo sulle questioni che riguardavano le professionalità in questione, per giungere a scrivere un libro. Ideai una prima scaletta di un testo, con l’impegno reciproco di riunioni di supervisione e di coordinamento. Riscossi più che numerose e entusiastiche adesioni, e nelle prime riunioni si compose un scaletta assai simile a quella attuale.
Ma sopravvennero difficoltà e delusioni. L’avvenire dei Diplomi Universitari si delineava senza che vi fosse provvedimento alcuno per l’organizzazione e le risorse, mentre gli insegnamenti andavano moltiplicandosi per la progressione degli anni di corso e per l’istituzione di nuovi corsi: ma senza alcun riconoscimento, giuridico o economico, neppure simbolico. La riforma universitaria che istituiva le “lauree brevi” sembrò preannunciare un miglioramento. Ma fu solo sulla carta. Nessuna risorsa venne data alle università. I docenti che vi erano impegnati fecero i loro conti: alcuni, talora i più validi, si ritirarono; altri si demotivarono all’impegno. Di conseguenza il gruppo dei docenti dei Diplomi non coincise più col gruppo di coloro che rimasero disponibili a lavorare per il volume. Per quest’ultimo rimasi con pochi. Con coloro i cui nomi sono restati in questo testo continuai l’opera sino alla fine, ma a costo di un progressivo accollarmi io il lavoro che credevo potesse essere svolto da loro. Per i capitoli in cui continuai una collaborazione feci più fatica che in quelli che mi presi a redigere in forma esclusiva. Forse, in parte, avevo sopravvalutato il loro impegno, trasportato anch’io dall’entusiasmo verso quello che si credeva uno sviluppo nuovo, e lodevole, delle facoltà di medicina italiane, verso una formazione psicologica degli operatori, ovvero verso un pieno e riconosciuto ingresso delle scienze psicologiche in un mondo che fino ad allora ne era rimasto chiuso.
L’istituzione dei Diplomi Universitari aveva aperto la prospettiva ad una differenziazione e qualificazione dei diversi operatori della sanità che fino ad allora erano rimasti in un ruolo tecnico poco qualificato, affidato a scuole ospedaliere, o private, cui si poteva accedere col diploma di scuola media. L’istituzione universitaria ne innalzava la soglia di accesso e prospettava una qualifica di rango superiore. Un parallelo mutamento culturale, sociale, e organizzativo qualificava peraltro queste figure come aventi una loro autonomia professionale e una loro più precisa fisionomia, e ne differenziava più figure. Così agli infermieri, ai fisioterapisti, alle ostetriche, ai tecnici di laboratorio, si affiancavano gli igienisti dentali, i logopedisti, gli ortottisti, i biotecnologi, gli assistenti sanitari, i tecnici per la prevenzione, i tecnici di radiologia, i riabilitatori psichiatrici, ed altri ancora, che avrebbero collaborato nei servizi con gli assistenti sociali, gli educatori (anch’essi inclusi nella sanità), gli psicologi, gli psichiatri e via dicendo. In altri termini la riqualifica di una serie di operatori, sociosanitari appunto, prospettava la necessità di approntare non solo un manuale per gli studenti universitari dei nuovi ordinamenti, ma anche uno strumento autodidattico, un compendio, per l’aggiornamento degli operatori già in servizio, per riallinearsi alla nuova linea dei nuovi diplomi. Di qui un mutato intento: dar corpo a un testo non semplicemente universitario, che accanto alla sistematicità potesse funzionare anche come opera di consultazione.
La prospettiva delle Lauree Brevi, in sostituzione e ampliamento dei Diplomi, sembrava convalidare la necessità di un impegno di ricerca, per la didattica e per una formazione aggiornata degli operatori. Ma le lauree brevi vennero “a costo zero”: spiego, per i profani, che ciò significò che tutte le università italiane istituirono ognuna decine di lauree diverse e supplementari a quelle tradizionali, con conseguente necessità di strutture e di docenti, senza avere nessuna risorsa economica. La si sperava, ma non venne: nessun ruolo di docenza è stato possibile istituire per gli insegnamenti (psicologici) specifici delle lauree brevi. Tutto è stato fatto sovraccaricando di plurimi incarichi i docenti di ruolo. La didattica universitaria italiana è piombata così, in toto, nel caos. In tale caos la mia Facoltà si trovò addirittura a sopprimere la mia funzione di referente per le scienze psicologiche e di selezionatore dei docenti precari (pagati oltretutto solo simbolicamente), perché tali funzioni comportavano laboriosità e tempi divenuti insostituibili nel sovraccarico sopraggiunto sulle spalle dei pochi docenti in ruolo.
Inevitabilmente tutti coloro che a vario titolo si erano impegnati nel nuovo sviluppo universitario, rividero ognuno le proprie posizioni, o quanto meno il proprio impegno. Il libro ovviamente ne risentì, anche per coloro che vollero rimanere a lavorarvi. Il testo comunque è stato finito, con ritardi, sostituendo io la mia opera diretta, invece della supervisione, al lavoro altrui: non senza incomprensioni da parte di chi credeva di aver iniziato un lavoro che presumeva poter finire da solo; e non senza discapito di quanto da me prodotto, e di maggiore laboriosità ove fu giocoforza proseguire in collaborazione.

* * * *

Il testo era stato concepito con due parti: nella prima si era inteso fornire una base, metodologica, di prospettiva generale e terminologica, che potesse servire a tutti gli operatori, nonché offrire un supporto alle lacune dei loro percorsi, come sopra delineato. Questa parte si è articolata nei primi sei capitoli. Una seconda parte avrebbe dovuto essere applicativa, specifica per le varie subaree sanitarie, e articolata in modo che ciascun differente operatore potesse attingervi differenziatamente. Le sottoaree avrebbero dovuto essere più numerose e più differenziate di quelle che si è riuscito a realizzare: ne sarebbe risultato un vero “trattato”, forse in più volumi. Ma sarebbe questo stato utile nell’attuale mentalità del panorama italiano? Ad una obbligata riduzione si è pensato potesse supplire una parte intermedia, ideata lungo l’iter di stesura, dedicata sostanzialmente all’osservazione, alle modalità con cui ogni singolo e differente operatore può “guardare” il suo specifico campo: e questo lo può fare avendo acquisito un assetto di base per questa osservazione, e cioè sapere “come funziona la mente”. Se una base generale è la conoscenza di “come si studia la mente” (come le diverse scienze psicologiche affrontano l’indagine scientifica), ovvero la conoscenza dell’articolazione metodologica e dei concetti e termini scientifici che vengono usati (onde evitare gli equivoci del linguaggio comune: vedi il nostro glossario), per una base clinico metodologica di chi a vario titolo osserverà il suo paziente, si è ritenuto indispensabile che l’osservazione fosse fondata su di un minimo di conoscenza di come oggi sappiamo che funziona la mente umana; con riferimento in primis a come funziona la mente dell’operatore, che osserva e, in conseguenza di ciò che ha creduto di osservare, interviene.
Di qui i capp. 7, 8, e 9, forse i più difficili di tutto il testo, ma a nostro avviso indispensabili affinché l’osservazione non si risolva in velleità ossessive; nonché a prevenzione che la terza parte, la specifica “psicologia sanitaria” (dal cap. 11 al 22), non si risolva in nozioni che possono correre il rischio di essere assorbite dallo spirito prescrittivo della cultura medicalista. Confidiamo di aver evitato questo rischio, corredando gli ultimi capitoli di spunti di riflessione, in richiamo alle prime due parti, nonché soprattutto con la nostra insistenza sui percorsi formativi non tradizionali, anche personali.
Ho infine pensato di fornire ogni capitolo di una previa scaletta, che dettagliatamente indicasse gli argomenti svolti sotto i titoli dei diversi paragrafi: ciò nell’intento di rendere il testo agile al ripasso di quanto letto, nonché alla consultazione, soprattutto per gli operatori già in servizio. In quest’ultimo intento è stato studiato e congegnato un indice analitico ragionato: non si tratta del solito elenco di parole (fatto soltanto col computer), ma di un elenco di collegamenti di concetti, come nella apposita legenda indicato.
Il testo non è ovviamente immune da difetti, e soprattutto potrà essere rilevata la mancanza di alcuni argomenti, importanti per la psicologia sanitaria; per esempio la prevenzione, gli anziani, o altro; non è stato possibile fare tutto, sia per le difficoltà descritte, sia anche per ragioni editoriali. Confido che altri sapranno sviluppare la strada che questo libro apre: è la prima trattazione, in Italia, che con un certo respiro affronti le problematiche aperte dall’evoluzione e dalla qualificazione psicosociale dei servizi assistenziali. Ai lettori e agli operatori pertanto il giudizio; e ad altri studiosi un auspicio. Nonché, ai politici e ai vertici delle Organizzazioni Sanitarie, un appello per rendere attuato ciò che sulla carta è stato statuito.
 
 
 
 

CODICE:  pi274
TITOLO:  Patologia generale III edizione - Vol II
AUTORI:  Pontieri, Russo, Frati

 

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Volume di 600 pagine circa riccamente illustrate a colori - Disponibile Cd Immagini per Docente
Anno di pubblicazione: 2005
ISBN: 88-299-1734-7
Editore: PICCIN
Prezzo:
Euro 60,00
- 15%
Euro 51,00

Quantità  

PATOLOGIA GENERALE
TOMO I


PREFAZIONE
La comprensione dei meccanismi ezio-patogenetici delle malattie (cause, modalità di progressione, etc.) e delle alterazioni delle strutture, delle funzioni e dei meccanismi di controllo a vari livelli di integrazione costituisce il corpus doctrinae della Patologia generale. Esso rappresenta il presupposto fondamentale per il razionale esercizio di qualsiasi attività connessa direttamente o indirettamente alla tutela della salute individuale e delle popolazioni, alla individuazione della patologia ed alla prescrizione di una cura appropriata. Per tale ragione l'insegnamento della Patologia generale occupa una posizione di indiscusso rilievo non solo nelle Facoltà di Medicina e Chirurgia, dove è inserito nell'Area del raccordo biologico-clinico, ma in tutti i Corsi di Laurea del settore medico e biologico.
Anche se l'aggettivazione `‡`generale'‡' della Patologia è ufficialmente presente da decenni negli ordinamenti didattici di tutti i paesi europei `‡`germanici'‡' (Germania, Austria, Ungheria, etc.) e di alcuni altri (Belgio, Italia, alcune Università inglesi, in Francia come `‡`Medicina sperimentale'‡'), in questi ultimi anni la stessa Pathology dei paesi anglofoni ha ampliato i suoi orizzonti, una volta circoscritti all'aspetto anatomo-patologico, enfatizzando il significato dei meccanismi eziopatogenetici che ne sono alla base. Questa necessità formativa è stata anche codificata dall'ordinamento europeo del Corso di Laurea in Medicina e Chirurgia, che comprende all'area E, la Cellular and Molecular Pathology, con indicate le esemplificazioni General Pathology e Pathophysiology (Commissione Europea, Committee on undergraduate Medical Education, Bruxelles, 1992).
Va sottolineato il fatto che l'approccio scientifico allo studio dei fenomeni patologici è andato incontro ad un inarrestabile processo evolutivo, favorito dall'avanzamento delle conoscenze e dal progresso tecnologico, che ha messo a disposizione strumenti di indagine in grado di fornire informazioni di maggiore precisione e di più fine dettaglio al fine della comprensione molecolare della eziopatogenesi e dei presupposti terapeutici: la Allgemeine Pathologie, dalla fase iniziale del XIX secolo, basata sullo studio delle alterazioni morfologicamente evidenziabili, che consentiva un'interpretazione spesso prevalentemente speculativa del fatto patologico, è transitata attraverso una fase metodologica biochimica, che ha consentito di dare fondamento sperimentale alla fisiopatologia (studi in particolare sul metabolismo generale e `‡`specializzato'‡' di cellule e tessuti), per approdare, nella seconda metà del secolo XX, alla fase molecolare, che oggi caratterizza la ricerca medica e, sempre più, le applicazioni diagnostiche e terapeutiche.
Nel contesto delle molteplici problematiche, oggi singolarmente affrontate con criterio specialistico, la Patologia generale ha mantenuto invariato l'obiettivo iniziale dell'indagine sperimentale, cioè lo studio dei `‡`processi patologici elementari'‡', così definiti non per la loro semplicità, ma in omaggio al loro ruolo fondamentale nella comparsa della malattia. Da tali presupposti nasce questo testo, rivolto essenzialmente a fare acquisire allo studente il necessario `‡`sapere'‡' come requisito per un `‡`saper fare'‡' razionale.
Scrivere un efficace testo didattico implica infatti `‡`pensare'‡' di continuo allo studente, più che al proprio sapere, collegare i concetti maturati nella ricerca con ciò che lo studente deve apprendere e che gli risulterà utile nei successivi semestri di studio e soprattutto nella pratica professionale. Certamente, nel mare delle conoscenze bio-mediche, è sempre più discriminante il ruolo della ricerca delle correlazioni causa/effetto degli eventi patologici, perché la loro identificazione è una guida sicura alla condotta diagnostica e terapeutica. La centralità della patologia e fisiopatologia generale sta nell'essere la bussola che orienta tra vie, che appaiono seducentemente presentate come innovative, e che spesso sono senza possibilità applicative e talvolta solo suggestioni senza fondamento. Il criterio eziopatogenetico rappresenta il ponte tra le opinioni e le verità scientifiche (che sono sempre parziali, nel senso di essere confutabili, confermabili ed aggiornabili), considerato che la medicina è scienza applicata in cui la pre-determinazione delle condizioni è presente nel modello sperimentale (in vitro, o nell'animale), ma non in assoluto nella pratica clinica, dove il malato ha una sua individualità. La Patologia-fisiopatologia generale ed il corrispondente Corso integrato forniscono un corpus di conoscenze, basato sulle evidenze sperimentali, facendo acquisire allo studente ed al professionista di domani i presupposti di giudizio e di condotta clinica, possibilmente certi (ad es. nel caso di una patologia monofattoriale su base genetico-molecolare o su base infettiva) o, comunque, più probabili (ad es. malattie poligeniche e polifattoriali), guidando cioè lo studente di oggi ed il medico di domani verso la medicina basata sulle prove (evidence-based medicine). Impadronirsi del criterio eziopatogenetico e del metodo scientifico significa chiedersi con umiltà il perché di ciò che si osserva, cercando una spiegazione che si spinge sino a livello molecolare e che non dimentica la complessità di una cellula, di un tessuto, dell'intero organismo e dell'ambiente in cui si vive.

Questo nuovo libro di Patologia generale non poteva dunque non enfatizzare nei vari capitoli l'aspetto molecolare dei meccanismi eziopatogenetici alla luce delle più recenti acquisizioni. I coordinatori e gli autori hanno costantemente tenuto presente la necessità di selezionare dalla mole dei dati, che ininterrottamente vengono alla ribalta, quelli di maggiore e più sicuro significato e di eliminare quelle informazioni che, in conseguenza del progresso, sono state ritenute obsolete.
I capitoli hanno una iconografia a colori, prevalentemente schematica e riassuntiva di molti aspetti presenti nel testo, ed in appositi riquadri sono forniti richiami a concetti e nozioni di precedenti studi ed elucidazioni di carattere metodologico o storico o di riferimento alla clinica. Pensando agli studenti, si è anche fornita la possibilità di autovalutare il livello di apprendimento corredando ciascun capitolo di una serie di quesiti a risposta multipla.
Anche se il libro di testo rappresenta un utile strumento di studio, il ruolo fondamentale nella formazione culturale dei giovani è sempre affidato ai docenti ai quali saremo grati se ci forniranno commenti, critiche e suggerimenti su questa nostra opera.
Un ringraziamento particolare al Dottor Massimo Piccin che ha seguito con particolare affetto la cura della veste tipografica.

G.M. Pontieri, M.A. Russo e L. Frati
 
 
 
 

CODICE:  pi233
TITOLO:  Patologia generale III edizione - Vol I
AUTORI:  Pontieri, Russo, Frati

 

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Volume di 900 pagine circa riccamente illustrate a colori - Disponibile Cd Immagini per Docente
Anno di pubblicazione: 2005
ISBN: 88-299-1734-6
Editore: PICCIN
Prezzo:
Euro 80,00
- 15%
Euro 68,00

Quantità  

PATOLOGIA GENERALE
TOMO I


PREFAZIONE
La comprensione dei meccanismi ezio-patogenetici delle malattie (cause, modalità di progressione, etc.) e delle alterazioni delle strutture, delle funzioni e dei meccanismi di controllo a vari livelli di integrazione costituisce il corpus doctrinae della Patologia generale. Esso rappresenta il presupposto fondamentale per il razionale esercizio di qualsiasi attività connessa direttamente o indirettamente alla tutela della salute individuale e delle popolazioni, alla individuazione della patologia ed alla prescrizione di una cura appropriata. Per tale ragione l'insegnamento della Patologia generale occupa una posizione di indiscusso rilievo non solo nelle Facoltà di Medicina e Chirurgia, dove è inserito nell'Area del raccordo biologico-clinico, ma in tutti i Corsi di Laurea del settore medico e biologico.
Anche se l'aggettivazione `‡`generale'‡' della Patologia è ufficialmente presente da decenni negli ordinamenti didattici di tutti i paesi europei `‡`germanici'‡' (Germania, Austria, Ungheria, etc.) e di alcuni altri (Belgio, Italia, alcune Università inglesi, in Francia come `‡`Medicina sperimentale'‡'), in questi ultimi anni la stessa Pathology dei paesi anglofoni ha ampliato i suoi orizzonti, una volta circoscritti all'aspetto anatomo-patologico, enfatizzando il significato dei meccanismi eziopatogenetici che ne sono alla base. Questa necessità formativa è stata anche codificata dall'ordinamento europeo del Corso di Laurea in Medicina e Chirurgia, che comprende all'area E, la Cellular and Molecular Pathology, con indicate le esemplificazioni General Pathology e Pathophysiology (Commissione Europea, Committee on undergraduate Medical Education, Bruxelles, 1992).
Va sottolineato il fatto che l'approccio scientifico allo studio dei fenomeni patologici è andato incontro ad un inarrestabile processo evolutivo, favorito dall'avanzamento delle conoscenze e dal progresso tecnologico, che ha messo a disposizione strumenti di indagine in grado di fornire informazioni di maggiore precisione e di più fine dettaglio al fine della comprensione molecolare della eziopatogenesi e dei presupposti terapeutici: la Allgemeine Pathologie, dalla fase iniziale del XIX secolo, basata sullo studio delle alterazioni morfologicamente evidenziabili, che consentiva un'interpretazione spesso prevalentemente speculativa del fatto patologico, è transitata attraverso una fase metodologica biochimica, che ha consentito di dare fondamento sperimentale alla fisiopatologia (studi in particolare sul metabolismo generale e `‡`specializzato'‡' di cellule e tessuti), per approdare, nella seconda metà del secolo XX, alla fase molecolare, che oggi caratterizza la ricerca medica e, sempre più, le applicazioni diagnostiche e terapeutiche.
Nel contesto delle molteplici problematiche, oggi singolarmente affrontate con criterio specialistico, la Patologia generale ha mantenuto invariato l'obiettivo iniziale dell'indagine sperimentale, cioè lo studio dei `‡`processi patologici elementari'‡', così definiti non per la loro semplicità, ma in omaggio al loro ruolo fondamentale nella comparsa della malattia. Da tali presupposti nasce questo testo, rivolto essenzialmente a fare acquisire allo studente il necessario `‡`sapere'‡' come requisito per un `‡`saper fare'‡' razionale.
Scrivere un efficace testo didattico implica infatti `‡`pensare'‡' di continuo allo studente, più che al proprio sapere, collegare i concetti maturati nella ricerca con ciò che lo studente deve apprendere e che gli risulterà utile nei successivi semestri di studio e soprattutto nella pratica professionale. Certamente, nel mare delle conoscenze bio-mediche, è sempre più discriminante il ruolo della ricerca delle correlazioni causa/effetto degli eventi patologici, perché la loro identificazione è una guida sicura alla condotta diagnostica e terapeutica. La centralità della patologia e fisiopatologia generale sta nell'essere la bussola che orienta tra vie, che appaiono seducentemente presentate come innovative, e che spesso sono senza possibilità applicative e talvolta solo suggestioni senza fondamento. Il criterio eziopatogenetico rappresenta il ponte tra le opinioni e le verità scientifiche (che sono sempre parziali, nel senso di essere confutabili, confermabili ed aggiornabili), considerato che la medicina è scienza applicata in cui la pre-determinazione delle condizioni è presente nel modello sperimentale (in vitro, o nell'animale), ma non in assoluto nella pratica clinica, dove il malato ha una sua individualità. La Patologia-fisiopatologia generale ed il corrispondente Corso integrato forniscono un corpus di conoscenze, basato sulle evidenze sperimentali, facendo acquisire allo studente ed al professionista di domani i presupposti di giudizio e di condotta clinica, possibilmente certi (ad es. nel caso di una patologia monofattoriale su base genetico-molecolare o su base infettiva) o, comunque, più probabili (ad es. malattie poligeniche e polifattoriali), guidando cioè lo studente di oggi ed il medico di domani verso la medicina basata sulle prove (evidence-based medicine). Impadronirsi del criterio eziopatogenetico e del metodo scientifico significa chiedersi con umiltà il perché di ciò che si osserva, cercando una spiegazione che si spinge sino a livello molecolare e che non dimentica la complessità di una cellula, di un tessuto, dell'intero organismo e dell'ambiente in cui si vive.

Questo nuovo libro di Patologia generale non poteva dunque non enfatizzare nei vari capitoli l'aspetto molecolare dei meccanismi eziopatogenetici alla luce delle più recenti acquisizioni. I coordinatori e gli autori hanno costantemente tenuto presente la necessità di selezionare dalla mole dei dati, che ininterrottamente vengono alla ribalta, quelli di maggiore e più sicuro significato e di eliminare quelle informazioni che, in conseguenza del progresso, sono state ritenute obsolete.
I capitoli hanno una iconografia a colori, prevalentemente schematica e riassuntiva di molti aspetti presenti nel testo, ed in appositi riquadri sono forniti richiami a concetti e nozioni di precedenti studi ed elucidazioni di carattere metodologico o storico o di riferimento alla clinica. Pensando agli studenti, si è anche fornita la possibilità di autovalutare il livello di apprendimento corredando ciascun capitolo di una serie di quesiti a risposta multipla.
Anche se il libro di testo rappresenta un utile strumento di studio, il ruolo fondamentale nella formazione culturale dei giovani è sempre affidato ai docenti ai quali saremo grati se ci forniranno commenti, critiche e suggerimenti su questa nostra opera.
Un ringraziamento particolare al Dottor Massimo Piccin che ha seguito con particolare affetto la cura della veste tipografica.

G.M. Pontieri, M.A. Russo e L. Frati
 
 
 
 

CODICE:  pi234
TITOLO:  Biochimica medica – Strutturale, metabolica e funzionale
AUTORI:  Siliprandi, Tettamanti

 

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Volume di oltre 800 pagine illustrate
Anno di pubblicazione: 2005
ISBN: 88-299-
Editore: PICCIN
Prezzo:
Euro 55,00
- 15%
Euro 46,75

Quantità  

PREFAZIONE
ALLA III EDIZIONE

Sono trascorsi 6 anni dalla uscita della II Edizione della “Biochimica medica” di Siliprandi-Tettamanti. In questo periodo lo scenario della pratica professionale medica è sensibilmente cambiato, con crescente attenzione alla tutela della salute, alla prevenzione, alla obiettiva razionalità dell’intervento terapeutico, e al coinvol- gimento responsabile del cittadino. Ciò ha avuto ovvie ripercussioni sui processi formativi accademici, in dinamica evoluzione, e sull’aggiornamento continuo, ora reso obligatorio, delle figure professionali che operano nel campo medico-sanitario, a partire dai singoli medici. Da qui la necessità anche per quanto attiene un singolo corso di studio, la biochimica, non solo di un aggiornamento corrispondente all’impetuoso ampliamento delle conoscenze nel settore, ma anche di una più stretta aderenza alla logica della interpretazione fisiopatologica e alla realtà dell’organismo umano.

In questi anni è venuto a mancare il Prof. Siliprandi che della visione medica della biochimica è stato cultore attento e felice propugnatore. La sua impostazione, di immutata modernità, è stata costantemente seguita nella stesura del testo, si spera con sufficiente efficacia. Si è deciso, proprio nell’intento di dare linearità al- l’apprendimento, di mantenere l’impostazione classica dell’insegnamento della biochimica, e cioè di partire dalle molecole per arrivare alle funzioni. Pertanto, il testo si suddivide nella “Biochimica strutturale”, “Biochimica metabolica”, “Biochimica funzionale” avendo cura, pur nella necessaria concisione, sia degli aspetti funzionali che sono propri di tutte le cellule, sia di quelli che sono prerogativa dei sistemi più altamente specializzati.

Questa III edizione è proposta, come le edizioni precedenti, agli studenti che hanno scelto percorsi formativi nell’area delle scienze della salute dell’uomo, ed anche a professionisti di questa area che vogliano aggiornarsi su più recenti acquisizioni in campo biologico-molecolare e riceverne stimoli per una più efficace pratica professionale.

Sarò molto grato a studenti e docenti che vogliano segnalarmi inevitabili errori ed imprecisioni di cui mi assumo la piena responsabilità.

Esprimo infine il mio più ampio apprezzamento alla Piccin Nuova Libraria per la fattiva e paziente collaborazione usata durante la non poco impegnativa preparazione del testo.

Guido Tettamanti
Milano, Novembre 2004
 
 
 
 

CODICE:  pi235
TITOLO:  Manuale di day Surgery + DVD
AUTORI:  V. Pezzangora

 

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Volume di 500 pagine riccamente illustrato a colori + dvd
Anno di pubblicazione: 2005
ISBN: 88-299-1724-9
Editore: PICCIN
Prezzo:
Euro 150,00
- 15%
Euro 127,50

Quantità  

Sembra passato un secolo dalle prime esperienze di day surgery vissute nel corso degli anni '80.
Allora il day hospital aveva fatto qualche proselito, ma la day surgery era considerata un'attività che destabilizzava fortemente l'assistenza chirurgica tradizionale.
Ricordo inoltre la totale assenza di normative, di leggi, di linee guida, di protocolli che almeno aiutassero i chirurgi di buona volontà.
Vincenzo fu tra i primissimi operatori a far nascere concretamente un'attività di day surgery in Italia: lo sguardo di molti colleghi era spesso ironico, scettico e ricordo anche qualche maldicenza che abbiamo dovuto subire (il plurale indica che anch'io ero accomunato a Vincenzo nelle maldicenze).
Quindici anni sono bastati: la day surgery è una struttura che risolve più del 50% dei bisogni chirurgici della gente; tutti i chirurgi svolgono attività in day surgery, non solo i pionieri di venti anni fa ma anche gli scettici di allora; è stata fondata una società scientifica dedicata e una rivista di day surgery, le istituzioni regionali patrocinano con forza il nuovo modello di ricovero.
In questo paesaggio non poteva mancare un trattato di chirurgia ambulatoriale e di day surgery.
Vincenzo Pezzangora ha riunito i maggiori Cultori dell'argomento e ha sviluppato un lavoro che non ha solo un taglio clinico: temi giuridici, finanziari e organizzativi, controllo della qualità, valutazione dei risultati sono presenti nell'opera dedicata anche ad amministratori ed al personale infermieristico.
È il primo impegno di largo respiro che la trattatistica italiana, a mezzo di un grande e tenace editore che ha accettato questa mia proposta, offre ai chirurgi interessati al progresso della medicina.
Vincenzo Pezzangora, per l'impegno, l'intelligenza e l'attenzione profusi, merita che questa opera abbia larga diffusione e consenso.

 
 
 
 

CODICE:  pi515
TITOLO:  Malattie Odontostomatologiche
AUTORI:  G. Valletta, S. Matarasso, M.D. Mignogna

 

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Volume di 286 pagine riccamente illustrato a colori
Anno di pubblicazione: 2005
ISBN: 88-299-1725-7
Editore: PICCIN
Prezzo:
Euro 45,00
- 15%
Euro 38,25

Quantità  

PREFAZIONE

Questo Compendio di Odontostomatologia, frutto dell’esperienza didattica trentennale della Scuola Odontoiatrica napoletana della Università “Federico II”, vuole essere una sintesi della materia indirizzata agli studenti di Medicina e Chirurgia.
La istituzione del corso di Laurea in Odontoiatria e Protesi Dentaria, infatti, se da una parte ha creato la figura altamente qualificata del laureato in Odontoiatria, il solo abilitato ad esercitare la professione odontoiatrica, dall’altra ha indotto nel corso di Laurea in Medicina una ingiustificata riduzione delle ore dedicate all’Insegnamento dell’Odontostomatologia.
Questo Compendio è rivolto proprio allo studente di Medicina per fornirgli tutte quelle nozioni di patologia odontoiatrica e stomatologica che interessano non solo il cavo orale, ma l’organismo nel suo complesso e che sono parte essenziale delle competenze mediche.
Il testo, sintetico, ma completo di riferimenti a tutte le principali patologie, va probabilmente al di là dei contenuti della prova di esame, ma ha le giuste dimensioni per costituire un’utile opera di consultazione della biblioteca del medico.

Gli Autori
 
 
 
 

CODICE:  pi236
TITOLO:  Manuale di psichiatria
AUTORI:  Giberti, Rossi

 

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600 pagine
Anno di pubblicazione: 2005
ISBN: 88-299-1730-3
Editore: PICCIN
Prezzo:
Euro 35,00
- 15%
Euro 29,75

Quantità  

prefazione ALLA v EDIZIONE


Questa ultima edizione del manuale nasce dal grande favore che esso ha riscosso in ormai 32 anni di vita presso diverse categorie disciplinari, dagli psichiatri, agli psicologi, agli operatori diversi. È stato, crediamo, una guida utile allo studio universitario e alla formazione professionale.
È ovvio, tanto che non vale la pena sottolinearlo, che negli otto anni trascorsi dall’ultima edizione, molte cose sono cambiate in quell’universo in espansione che è la psichiatria. Noi ne abbiamo tenuto conto nella dimensione nosologica, psicopatologica, biologica, psicodinamica, farmacoterapeutica e psicoterapeutica. Nulla è più come prima e credo che non abbiamo mancato di rilevarlo. Ma abbiamo cercato anche di restare sempre fedeli al nostro principio informatore, che ha seguito il trattato in tutte le sue edizioni, quello di una psichiatria che tenga sempre presente, vicino ai contenuti tecnici, di importanza sempre maggiori, anche quelli umani, o umanistici, di importanza mai minore.

Franco Giberti
Romolo Rossi
 
 
 
 

CODICE:  pi237
TITOLO:  Stechiometria per la Chimica generale
AUTORI:  M. Lausarot, Vaglio

 

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Volume di 560 pagine
Anno di pubblicazione: 2005
ISBN: 88-299-1727-3
Editore: PICCIN
Prezzo:
Euro 38,00
- 15%
Euro 32,30

Quantità  

Prefazione

Sono passati ormai circa vent’anni dalla pubblicazione del nostro primo testo “Stechiometria” seguito, alcuni anni più tardi, da “Fondamenti di Stechiometria” scritto per accogliere le esigenze di tutti i corsi di laurea in cui, tra gli insegnamenti del primo anno, trova posto la chimica. Nel frattempo, si è prodotto un profondo cambiamento negli studi universitari con l’istituzione delle lauree triennali caratterizzate da corsi compattati che hanno richiesto una profonda riorganizzazione dei programmi e quindi anche dei testi di riferimento.
Per questo motivo abbiamo deciso con l’Editore di pubblicare il presente volume, con l’intento di aiutare gli studenti iscritti al primo anno di università ad affrontare lo studio della chimica che presenta difficoltà oggettive per molti. Infatti, il livello di preparazione degli studenti che frequentano il primo anno dei corsi universitari è estremamente disomogeneo. Fatta eccezione per pochi casi, le conoscenze di chimica acquisite durante gli studi secondari sono limitate e, soprattutto, non sono di tipo applicativo.
Le applicazioni numeriche trattate dalla stechiometria costituiscono uno strumento indispensabile per la comprensione e per una duratura assimilazione dei principali argomenti svolti nei corsi di chimica generale.
Spesso, nei corsi universitari, al docente è concesso poco tempo per sviluppare ed esemplificare i calcoli stechiometrici ed è quindi evidente l’importanza, per lo studente, di disporre di un testo che lo aiuti ad acquisire una buona padronanza della materia. Questo vale non solo per gli studenti dei corsi di studio in Chimica, Chimica Industriale, Scienza dei Materiali, Chimica e Tecnologie Farmaceutiche e Farmacia, che hanno modo di approfondire ed applicare i concetti di base nell’ambito di insegnamenti successivi, ma anche e soprattutto per gli studenti dei corsi di studio della facoltà di Scienze M.F.N. nei quali l’insegnamento della chimica trova posto in un numero limitato di corsi, in alcuni casi in uno solo, oltre che per gli studenti delle facoltà di Agraria, Medicina e Veterinaria. Risulta pertanto di fondamentale importanza, per tali studenti, acquisire una buona padronanza dei concetti di base della chimica che, pur non venendo approfonditi in corsi specifici, vengono ripetutamente utilizzati nel corso degli studi con le applicazioni più varie.
In questo nuovo testo abbiamo mantenuto un’impostazione analoga a quella adottata in “Stechiometria” e in “Fondamenti di Stechiometria”. Ogni argomento viene esemplificato mediante numerosi problemi interamente svolti, alcuni di interesse specifico per la biologia, le scienze naturali, le scienze ambientali e la geochimica, in cui lo studente viene guidato alla soluzione razionale basata sull’applicazione dei principi e delle leggi generali.
Rispetto ai volumi precedenti, abbiamo eliminato le applicazioni più complesse e specialistiche, che difficilmente troverebbero spazio nei nuovi corsi riformati e che spesso scoraggiano lo studente. Abbiamo invece introdotto, dopo ogni problema svolto, un esempio formalmente del tutto simile al problema che lo precede, ma per il quale è riportato solo il risultato in modo da incoraggiare lo studente a ripercorrere, in modo autonomo, il procedimento che gli consente di ricavare la soluzione.
Abbiamo inoltre aggiunto alcuni argomenti introduttivi quali, nel Capitolo 1, il Sistema Periodico e quelle proprietà degli elementi che permettono di trovare una spiegazione razionale della loro reattività. Alla nomenclatura chimica inorganica è stato dedicato l’intero Capitolo 2, ricco di esempi, che contiene le informazioni essenziali per ricavare il nome dei composti chimici dalla formula e la formula dal nome del composto. Nel Capitolo 4, dedicato ai bilanciamenti delle equazioni chimiche, abbiamo introdotto ed esemplificato anche il bilanciamento delle equazioni nucleari. Maggiore spazio è stato inoltre dedicato, nel Capitolo 16, alle titolazioni acido-base data l’importanza che queste rivestono, non solo nei laboratori chimici, ma ovunque si applichino metodologie chimiche. Infine, tra le numerose Appendici, lo studente troverà anche un promemoria delle operazioni matematiche con le quali è indispensabile che si sappia destreggiare nella soluzione di elementari problemi chimici.
Sarebbe opportuno che gli studenti leggessero le Appendici 2 e 3 riguardanti le unità di misura, le cifre significative e le operazioni matematiche, prima di cimentarsi con la soluzione dei problemi.
Ci auguriamo che questo volume sia di utilità agli studenti durante il corso degli studi universitari ed anche a quelli impegnati nella preparazione per il test di ingresso ai corsi a numero chiuso o programmato. Ci auguriamo inoltre che trovi posto sugli scaffali della loro libreria per poter essere consultato, anche dopo il conseguimento della laurea, da coloro che svolgeranno attività professionale in laboratori di ricerca e di analisi. Come sempre, accoglieremo con interesse i suggerimenti ed i commenti che possano contribuire a rendere il testo ancora più adatto agli scopi per i quali è stato scritto.

Torino, Settembre 2004 GLI AUTORI
 
 
 
 

CODICE:  pi238
TITOLO:  Chimica Farmaceutica
AUTORI:  Foye, Lemke, Williams

 

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1120 pagine, illustrato
Anno di pubblicazione: 2005
ISBN: 88-299-1726-5
Editore: PICCIN
Prezzo:
Euro 95,00
- 15%
Euro 80,75

Quantità  

Il Principles of Medicinal Chemistry di W.O. Foye è giunto alla V edizione americana, a cui corrisponde questa IV edizione italiana. I due nuovi editori, T.L. Lemke e D.A. Williams, che già avevano affiancato il Prof. Foye nell’edizione precedente, hanno ben esposto nella loro prefazione la filosofia che li ha guidati nel modificare la struttura del testo: l’integrazione della chimica farmaceutica classica con la biochimica e la farmacologia, ma soprattutto con le tecniche più recenti, la cui rilevanza sta emergendo con forza. A livello sia di ricerca, che di produzione e di applicazione clinica, non si può più fare a meno di considerare la farmacogenomica, la biologia molecolare, la biotecnologia.
Il testo rimane perciò molto valido quando descrive le varie classi di farmaci attualmente in uso (trascurando spesso i composti di interesse storico – utili sì per la comprensione dello sviluppo della chimica farmaceutica – ma ormai non più utilizzati) per puntare molto su quanto di nuovo aspetta il chimico farmaceutico, il farmacista ed il medico nel futuro, forse molto prossimo.
La presente edizione è certamente cresciuta in termini sia di aggiornamento ma anche di quantità, con un naturale incremento degli argomenti trattati. Nonostante questo, gli autori sono riusciti a mantenere una peculiarità di quest’opera: il volume unico, agile per la consultazione da parte del docente, conveniente e pratico per lo studente.
La versione originale contiene, come inserto in alcuni capitoli e come appendice a molti altri, i “Case Study”: si tratta di una serie di casi clinici in cui si chiede di valutare la patologia presentata da un paziente, la sua situazione generale, e si chiede di suggerire il farmaco adatto. Questo deriva dal ruolo diverso che il farmacista svolge negli Stati Uniti rispetto ai suoi compiti in Italia. Si è ritenuto comunque di mantenere questi “Case Study” anche nella versione italiana, ritenendoli un’utile verifica dei concetti appresi durante lo studio.

Per concludere, un pensiero va al Prof. Paolo Da Re, che delle edizioni italiane dei Principi di Chimica Farmaceutica è stato il primo artefice ed un prezioso collaboratore.

Francesco Dall’Acqua
Sergio Caffieri
 
 

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