Descrizione
Scuola a tempo pieno, corso di judò o di danza, corso di inglese o di baby informatica, oratorio di domenica, vacanze studio d’estate. La vita del bambino di fine millennio è così piena e “socializzata” da fare impallidire un normale impiegato. L’autrice si pone la domanda se non siano maturi i tempi per riportare l’attenzione sul comportamento solitario, inteso come “capacità e/o piacere di stare da solo”, dei bambini, in termini più articolati di quanto non sia stato fatto negli ultimi anni, e recuperare così quella dimensione positiva dello “stare solo” già suggerita da Winnicott. Partendo dall’analisi storico-critica dei modelli dinamici di interpretazione e di valutazione dell’esperienza di “stare da solo”, si approda a un nuovo modo di vedere alcune esperienze di solitudine del bambino. Queste indicazioni non restano unicamente su un piano teorico, ma possono fornire alla scuola suggerimenti per rinnovare piani e strategie di lavoro, e allo psicoterapeuta spunti applicabili in modo concreto a livello clinico. “Stare soli”, pertanto, non è necessariamente un indicatore di rischio: esperienze di solitudine temporanea, se scelte dai bambini, non denunciano un’incapacità sul piano sociale e relazionale o una condizione di sofferenza, ma possono, al contrario, favorire lo sviluppo di determinate competenze e, soprattutto, agevolare l’acquisizione di una propria identità interiore, di distacco evolutivo dalle figure genitoriali.


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