Dalla natura alla cultura. Principi di antropologia biologica e culturale Evoluzione dei primati e origine dell’uomo

Volume ampiamente illustrato di complessive 654 pagine
Anno di pubblicazione: 2003
ISBN: 88-299-1579-3
Editore: PICCIN

35,00 

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COD: pi1579 Categoria:

Descrizione

In un periodo nel quale, nell’ambito delle scienze dell’uomo, dalla psicologia alla psichiatria, dalla sociologia alla antropologia culturale, dalla storiografia all’economia, si è venuta diffondendo un’esigenza di rinnovamento o di aggiornamento dei paradigmi tradizionali, si impone che questa esigenza venga sostenuta da una prospettiva generale di conoscenza che in genere non aveva accompagnato il loro sviluppo. Un antico pregiudizio ha, da sempre praticamente, tenuto distinte le scienze dell’uomo “classiche”, come la psicologia, la sociologia e l’antropologia culturale, variamente definite umanistiche, dalle scienze antropologiche e biologiche e, a maggior ragione, si comprende come non si concepisse un rapporto giustificato tra storiografa, economia o linguistica con le scienze biologiche. È vero che nella seconda metà dell’800, in pieno Positivismo, scienze ancora emergenti come la psichiatria, la criminologia, la psicologia, la sociologia e, per ultima, già alle soglie del XX secolo, la psicoanalisi, esordirono con un intento risolutamente sperimentale, presto smentito proprio dal fatto che mancavano condizioni effettivamente empiriche che ne sostenessero lo sviluppo. Basti pensare ai tentativi della criminologia con Lombroso, e all’intento, presto frustrato, da parte di Freud, di fondare una psicoanalisi su basi biologiche. Con la fine del XIX secolo, lo sviluppo delle scienze umane e di quelle naturali procedette su piani paralleli ma distinti, per un periodo che, con fasi alterne, avrebbe coperto uno spazio di almeno 70-80 anni, anche se dopo la prima metà del ‘900 apparvero sempre più frequenti i segni di un’esigenza interdisciplinare, del resto già anticipata, prima, nell’ambito della storiografia francese (Annales d’économie, societé civilisations, Strasburgo, 1929), ad opera di Marc Bloch e Lucien Febre, e, dopo, in quello della stessa economia con Karl Polany (1944). Dal canto loro, le scienze antropologiche avevano continuato a sviluppare la biologia umana sulla scia della teorizzazione darwiniana e sarebbero pervenute a fornire un quadro dei tempi di sviluppo biologico dell’uomo e dei percorsi delle capacità evolutive della sua intelligenza. Appunto in virtù di questo lungo approccio, i non biologi (gli scienziati denominati “umanisti”) ed in primo luogo gli psicologi avrebbero cominciato a rendersi conto che, senza una conoscenza adeguata dello sviluppo evolutivo dell’uomo, quella delle sue condizioni attuali poteva risultare una costruzione priva di fondamento. In altre parole, cominciava ad apparire impensabile che percorsi critici della mente umana potessero essere comprensibili prescindendo dalle scansioni della sua evoluzione. Sarà utile ricordare che negli anni Trenta del ‘900 aveva fatto la sua comparsa una disciplina, entro certi limiti, nuova che sarebbe risultata fondamentale quando dallo studio dei processi evolutivi dell’uomo, e cioè della natura, si fosse passati ai processi comportamentali, e cioè alla cultura. Questa disciplina si sarebbe chiamata neurobiologia ed avrebbe esordito con autori quali Edgar D. Adrian e Charles S. Sherrington (ad entrambi venne assegnato nel 1932 il premio Nobel per la fisiologia) nei primi anni del secolo XX. Con questi studi si è aperta la strada a un’effettiva comprensione della cultura dell’uomo e, più in là, a quella ricerca di nuovi paradigmi, dopo il lungo percorso evolutivo del rapporto natura-cultura, che possono oggi denominarsi “oltre la cultura”. In questa prospettiva appare il senso e la giustificazione di un’opera poderosa, quale questa di Brunetto Chiarelli, il quale, nei tre volumi – i primi due dedicati ad un quadro esauriente del rapporto natura-cultura, ed il terzo al problema della bioetica nel mondo moderno – fornisce una premessa indispensabile anche ai fini degli ulteriori passi ormai in atto, che dalla scienza della cultura scaturiscono. L’opera appare caratterizzata da un’esemplare chiarezza, che è propria di altri scritti dell’Autore, tra cui si ricorda in primo luogo L’origine della socialità e della cultura umana (Laterza, Bari, 1984), ed è divisa in tre ampi volumi di cui il primo, Evoluzione dei Primati e Origine dell’Uomo, il secondo, Origini della Socialità e della Cultura Umana, ed il terzo, che costituisce un contributo ad una nuova area particolarmente attuale e significativa, Uomo, Ambiente e Società Oggi. Attraverso i quarantasei capitoli di cui l’opera si compone, viene data una completa rappresentazione dell’odierna situazione della ricerca nell’ambito delle scienze antropologiche muovendo da una molteplicità di matrici e di aree disciplinari che lo stesso Autore distingue in: a) evoluzione e filogenesi; b) struttura delle popolazioni umane moderne; c) ecologia umana; d) genetica umana; e) biologia umana; f) sociologia umana; g) bioetica globale. Per quanto ricco appaia il quadro globale della conoscenza antropologica profusa dall’Autore nella sua opera, egli ha una visione troppo “evolutiva” dell’antropologia medesima per non porsi l’interrogativo che ogni scienziato che “produce” si pone quando considera nella sua globalità la propria disciplina, chiedendosi, qui ed ora, quali siano i passi successivi che lo attendono e, in una parola, qual è il suo destino. Sotto il profilo immediatamente etico e umano, Chiarelli ha già risposto indicando, nella molteplicità delle prospettive, il problema attuale, la bioetica, che è appunto il tema trattato nel terzo volume, la cui coscienza morale e sociale si presume sia stata maturata oggi da ogni studioso. Ma vi è di più. Il destino dell’antropologia considerata nelle dimensioni della natura nelle sue molteplici specificazioni, passa anche attraverso la stessa definizione generale dell’opera che recita come sottotitolo: Principi di Antropologia Biologica e Culturale e, come titolo, un inequivocabile impegno: Dalla Natura alla Cultura. In quanto biologo, l’Autore è consapevole del fatto che, ponendo i principi di antropologia sul binario del rapporto natura-cultura, si chiude un grande capitolo storico dell’origine dell’uomo e se ne apre un altro, nel quale l’emergere della cultura dal fondamento biologico significa proporre che ci si apra alla biologia della mente e alla funzione in essa della cultura, che in questa ottica viene oggi denominata cognitivistica o definita infine come The mind’s new science (Gardner, 1985). L’impatto con questo approccio, nel quale si racchiude un cospicuo aspetto del destino dell’antropologia, è chiaramente antiveduto ed espresso nell’opera. Basterà ricordare il fondamentale cap. XVII del primo volume (Le basi evolutive dell’intelligenza) e il quadro complessivo dei capitoli sulle esperienze culturali nei Primati, con il riferimento al rapporto mente-neuroni. Analizzando più da vicino uno dei capitoli fondamentali del secondo volume, La possibilità di trasferimento delle informazioni (esperienze) da una generazione all’altra e origine della cultura (cap. VI), ci si trova di fronte all’interpretazione che tutti gli antropologi, compreso Chiarelli, danno del comportamento dei Primati, quando, cessato l’atteggiamento di azione-premio, l’animale risulta in grado di procedere secondo un’istanza che, cognitivisticamente, può essere interpretata nel senso che il sistema nervoso delle scimmie disponeva di un apparato operativo destinato all’esperienza notevolmente più complesso di quello che gli sperimentatori avevano evidenziato. Interpretando il comportamento indotto nelle macache, Chiarelli fa un’osservazione di radicale rilevanza. Noi, osserva, operando su un sistema premio-azione, ci siamo preclusi il riconoscimento del fatto che l’animale poteva essere spinto ad agire non da stimoli indotti, e pertanto veicolati dall’esterno, quale la violenza esercitata sull’animale dalla ricompensa, ma dalla sua spontanea e connaturata capacità di agire seguendo una “curiosità” non indotta da alcun intervento umano. Se si considera che la prima fase dell’esperimento è stimolo-prova-compenso, e la seconda è osservazione-elaborazione dell’osservazione-approccio al problema, spontaneo intento di risolverlo, ci si avvede che tra i due momenti corre una radicale differenza, per cui, a buon diritto, la prima prova può essere considerata di psicologia sperimentale animale, la seconda quale espressione di un elementare approccio cognitivo. In effetti il termine “elementare” tradisce ancora la consuetudine di un approccio psicologico desueto, quale quello conosciuto sotto la formula stimolo-risposta. Fondamentale appare in questa esperienza l’istanza dell’animale ad impegnarsi per oltre dieci giorni nell’intento di risolvere un problema tecnico e, ancora più, il fatto che l’animale abbia interrotto questo approccio razionalizzato alla soluzione del problema, quando gli sia stato presentato un premio (l’uva secca), significa che l’animale ha mobilitato, per capire, un apparato neuronale destinato all’azione, già presente nel suo apparato corticale e che, come ogni struttura corticale specifica, potrà trovare compenso soltanto nella sua stessa azione. Questa evidenza conferma l’assunto che i neuroni, animali e umani, sono tutti uguali (Changeux, 1983) e che la differenza è data dal fatto che, aumentando la quantità specifica, aumentano le integrazioni e dunque le peculiarità operative. Non occorre sottolineare che, anche attraverso questo fondamentale esperimento, si apre la via ad un quadro di scienza cognitiva di cui Chiarelli appare consapevole, dal momento che lo aveva già affrontato in un articolo del 1995 (Le basi evolutive dell’intelligenza) rielaborato e confluito poi nel primo volume dell’opera. In quanto densa riflessione della prospettiva di ricerca attuale, l’opera di Chiarelli presenta una quantità di riferimenti che, oltre quelli definibili come “classici”, particolarmente presenti nel primo volume, si preoccupa di proporre una molteplicità di canali che, in termini espliciti o meno espliciti, si configurano come un quadro di prospettive il cui approdo ne rivela l’intento dominante, vale a dire appunto il rapporto natura-cultura o biologia-cultura. Si prospettano così temi fondamentali per la costruzione della società dell’uomo, quali L’aggregazione sociale nell’uomo (cap. III), La comunicazione interindividuale nel gruppo sociale (cap. IV), o Le capacità intellettive del cervello umano come processo adattivo: interpretazione evolutiva (cap. XV). Questi titoli corrispondono, sia pure non da soli, ma in misura preliminare, al percorso che l’Autore si propone di seguire in un ambito che fa parte di un terreno scientifico abbastanza stabilizzato, quale quello delle matrici biologiche dell’uomo. Nel momento in cui apre il riferimento alla cultura, entra in un’area che, da un lato, appare sostanzialmente acquisita, ma da un altro rappresenta uno dei problemi ancora più dibattuti ed in fase di inquietante espansione. Una situazione scientifica, cioè, che ha veduto altri studiosi cimentarsi nell’approccio biologia-cultura o biologia-società o biologia-mente-cultura. Basterà citare tra i primi Theodosius Dobzhansky con Mankind evolving (1962), o R.L. Beals e H. Hoijer (1965), o Jacques Ruffié (1976) con un titolo, De la biologie à la culture, significativamente simile e sulla linea dello stesso Dobzhansky. Nel 1975 apparve un’opera di grande respiro, ma che l’autore, Edward O. Wilson, intitolò Sociobiology: the new synthesis, che in un secondo momento di riflessione in collaborazione con C.J. Lumsden riportò non più in chiave di biologia e società ma di biologia e cultura (1981). Su questo tema del nostro tempo si riverserà anche la recente scienza della mente o scienza cognitiva e il già ricordato Howard Gardner proporrà che la conoscenza dei processi mentali debba passare attraverso l’incontro tra neuroscienze e scienza della cultura o appunto tra biologia e cultura. Questo sembra spiegare i motivi per cui un neuroscienziato quale Edoardo Boncinelli avrebbe intitolato l’ultimo capitolo del suo Il cervello, la mente e l’anima, (1999), ancora Dalla biologia alla cultura. Sono appunto queste le premesse dalle quali si riversa sull’opera di Chiarelli la vitalità attuale di una particolare responsabilità scientifica. Come calcolo di previsione, in tutti questi studi e nei diversi che compaiono in questa materia, il punto nodale sembra essere che praticamente nessuno si preoccupa di approfondire la fenomenologia della cultura nel suo stretto rapporto con la funzione mentale e dunque con la sua logica. Per questo va riconosciuto a Chiarelli il merito di aver posto le premesse da cui trarre indicazioni per sviluppare scientificamente il rapporto scienza della cultura-mente, specie attraverso i suoi contributi dedicati ai fondamenti biologici dell’intelligenza, all’origine del linguaggio e alla trasmissione delle esperienze. La fenomenologia cultura appare, nell’ottica di questo percorso, a un tempo punto di arrivo e punto di partenza. Per molto tempo è stata oggetto di interesse non solo di antropologi culturali, ma di biologi e di tutti gli studiosi che, da prospettive diverse, nel secolo XX si sono occupati dell’uomo. Il rapporto natura-cultura, se risulta acquisito nella molteplicità di approcci che provengono dalla biologia, dalla psicologia e dalle scienze dell’uomo in generale, rivela oggi una complessità che può apparire disarmante. Nel momento in cui la cultura può essere definita quale complesso di norme di comportamento comunitario umano, come avevano messo in rilievo sin dagli anni ’50 studiosi classici della antropologia culturale come Clyde Kluckhohn, Florence Kluckhokn ed i loro collaboratori, quelle norme si rivelano disposizioni mentali innate sulla base di categorie specifiche (F. Kluckhohn, 1956, Musio, 1995), il quadro della cultura si rovescia e ambiti, quali la funzione neuro-mentale, la funzione dei patrimoni ontofilogenetici ed acquisiti, e tutta la vasta gamma delle patologie cognitive di ordine parapsichiatrico e la gamma ancora più vasta di quella che è stata chiamata la malattia culturale, confluiscono in un’unica corrente di ricerca e di rinnovata conoscenza dell’uomo. La prima fondamentale verità, emergente appunto dal rapporto natura-cultura, è che senza questa rilevante idea di una dimensione interdisciplinare prima sconosciuta, potrà essere arduo, se non proprio impossibile, dominare quel pattern sempre evolutivo che è la figura uomo. Gavino Musio Ordinario di Antropologia Culturale Università di Firenze

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